21 acri di libertà sostenibile

21AcresQuando guardo all’esperienza di altri Paesi mi rendo conto di quanto sia necessaria da noi in Italia una battaglia sulle regole. Una battaglia improcrastinabile se vogliamo dotarci di un’adeguata strumentazione per affrontare la crisi e aprire la strada a futuri possibili, molto diversi da quello che abbiamo preconfezionato con le nostre mani autodegradandoci più o meno consapevolmente al ruolo di meri consumatori. Una battaglia per cambiarle, le regole, stabilendo soprattutto deroghe e semplificazioni che rendano praticabile per i singoli e per gruppi di cittadini svolgere alla luce del sole e con tutti i crismi della legalità attività economiche attualmente confinate nel mondo del sommerso e impossibilitate ad espandersi. Mi riferisco soprattutto al mondo delle piccole produzioni agricole, dell’agricoltura urbana e dei servizi ad essa connessi o complementari.
Le nostre regole, e ancor di più le direttive comunitarie, mettono ipocritamente sullo stesso piano le piccole produzioni e le grandi corporation imponendo alle prime le stesse regole valide per le seconde, mentre impediscono di fatto ai singoli, alle associazioni e ai gruppi informali di persone di commercializzare i propri prodotti o offrire liberamente i propri servizi. Leggi e regolamenti nazionali e locali, norme fiscali, permessi burocratici e certificazioni si intrecciano dando luogo a un muro di veti incrociati che bloccano di fatto l’iniziativa. Per anni sinistra e destra hanno cantato le lodi delle liberalizzazioni (ricordate ad esempio Bersani?) e hanno nominato improbabili “ministri delle semplificazioni” (Calderoli ad esempio, quello che ha concepito il “Porcellum”), ma le semplificazioni davvero utili si sono guardati bene dal farle, forse anche perché avrebbero intaccato almeno in parte gli enormi interessi dell’industria e del grande e piccolo dettaglio.
Sul tema delle regole tornerò in dettaglio nei prossimi post anche con qualche proposta. Ora vorrei invece sottolineare con un esempio pratico come una differente regolamentazione del not-for-profit e dei cosiddetti “small business” abbia permesso la nascita e lo sviluppo di una delle iniziative più interessanti degli ultimi anni nell’ambito della sostenibilità. Si tratta di 21Acres, un mercato contadino di Seattle che si è trasformato in un’infrastruttura di supporto e in un centro di sviluppo dell’agricoltura sostenibile in ambito urbano. Tutto è nato dall’esigenza di trovare uno spazio più idoneo per il mercato che all’epoca (stiamo parlando del 2001) si chiamava Woodinville Farmers’ Market. Gli attivisti formarono un comitato e cercando la nuova location per il mercato trovarono un grande appezzamento (21 acri appunto, vale a dire circa 8,5 ettari) all’interno di una zona agricola protetta a Est di Seattle. Quell’area avrebbe potuto certamente ospitare il mercato e molto di più: produzioni agricole dirette innanzitutto e poi un edificio progettato secondo tutti i crismi della bioedilizia e della sostenibilità energetica in cui poter commercializzare i prodotti tutto l’anno, fare corsi di ogni genere e realizzare anche una grande cucina professionale super-attrezzata che, tra le altre cose, i piccoli produttori locali possono affittare a modico prezzo per realizzare e confezionare in un ambiente igienico e idoneo le loro produzioni.
L’edificio è alimentato da pannelli solari, raffrescato/riscaldato da un impianto geotermico e concepito per ottenere la massima efficienza energetica. L’acqua piovana viene raccolta e vi è un impianto di fitodepurazione delle acque nere. I campi (18 acri su 21) sono coltivati con il metodo della permacultura e producono essenzialmente frutta e verdura, vengono allevati polli e altri animali da cortile. “21 Acres” è un grande esempio di sostenibilità anche finanziaria: è un’organizzazione non profit capace di autosostenersi e di offrire possibilità di reddito a un sacco di gente tra il lavoro nei campi, i corsi, il mercato e le mille altre attività volte a promuovere nell’area di Seattle uno stile di vita più sostenibile. Realizzare “21 Acres” è costato tre anni di duro lavoro, ma nessuna autorità si è messa di traverso, anzi. Tra i corsi più frequentati ci sono quelli di orticoltura domestica: perlopiù persone che coltivano per passione, per il gusto di mangiare i prodotti del proprio orto, ma che possono anche decidere di vendere i loro prodotti al pubblico senza per questo rischiare multe o altro. E’ un modello replicabile? Ne parleremo nei prossimi post.

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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