A #Detroit fallirà anche la speranza?

Detroit650Detroit è in bancarotta: la città, oberata da un debito di circa 18 miliardi di dollari, ha gettato la spugna chiedendo la protezione dai creditori ai sensi della legge fallimentare e, ieri, il giudice Steven W. Rhodes gliel’ha concessa. Ex capitale dell’auto, con le sue macerie urbane e sociali Detroit è da almeno un paio di decenni il simbolo del fallimento di un modello di sviluppo cannibale che in nome del profitto ha dimostrato di essere capace di divorare perfino se stesso. Ma da qualche anno è anche la capitale della sperimentazione di nuove politiche tese da un lato a tamponare gli effetti della povertà e dell’assenza di molti servizi essenziali e, dall’altro, a ricostruire un tessuto connettivo tra le persone volto a produrre cambiamento sociale e opportunità di rilancio economico per la città anche e soprattutto attraverso la riconversione in fattorie urbane dei lotti di terreno abbandonati. Programmi, questi, in gran parte finanziati dalla mano pubblica. Ora con la dichiarazione di bancarotta cosa accadrà? I primi segnali non sono molto incoraggianti: il giudice Rhodes, accogliendo la richiesta della municipalità, ha anche stabilito che le pensioni dei dipendenti comunali potranno subire delle decurtazioni esattamente come i crediti vantati da chiunque altro. E’ questo un precendente assoluto che sta già facendo molto discutere negli Stati Uniti (le pensioni sono sempre state considerate “intoccabili”) e che sta spingendo altri comuni in dissesto a richiedere misure analoghe proprio sulla scorta di questo precedente. Pensionati e sindacati presenteranno ricorso contro la decisione del giudice che in una città come Detroit, dove il tasso di disoccupazione sfiora il 20%, rischia di mettere in ginocchio molti nuclei familiari monoreddito. Se il buon giorno si vede dal mattino, la bancarotta cittadina rischia di azzerare anche ciò che con fatica si è costruito in questi anni, innescando una terribile guerra tra poveri.

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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