A proposito di denaro, energia e investimenti

Una banconota dello Zimbabwe da 100mila miliardi di dollari

Una banconota dello Zimbabwe da 100mila miliardi di dollari; nel 2006 ci si compravano tre uova

Stiamo andando a fondo e, chi più chi meno, ne siamo tutti consapevoli. L’Italia rischia il fallimento e le ricette che vengono imposte (sempre le stesse: tagli, tagli e ancora tagli!) sono peggiori del male che pretenderebbero di curare, con l’aggravante che i movimenti di mercato vanificano in un attimo i duri sacrifici che ci vengono imposti, obbligandoci a ulteriori rinunce in una spirale perversa che tutto distrugge. Qui sopra ho pubblicato la foto di una banconota da 100mila miliardi di dollari. L’ha emessa lo Zimbabwe nel 2006 ed è la banconota che ha stampigliato il maggiore valore “facciale” di tutti i tempi (100mila miliardi di dollari), ma con cui in concreto nel 2006 si potevano acquistare a malapena tre uova.
Quella banconota è lo spauracchio che ci agitano davanti al naso i banchieri per costringerci ad accettare di pagare il conto. Io non so come si esce da una situazione così: tutto quello che so è che se facciamo come dicono loro non ci resterà più nulla. E penso anche che il denaro (o almeno una parte di esso) anziché stare in banca o sotto il materasso possa e debba essere investito oggi per produrre qualcosa di concreto, per dare forza a un circuito sostenibile e virtuoso che crea lavoro e opportunità. Un esempio? L’impianto fotovoltaico ad azionariato diffuso realizzato a Cascina Santa Brera da Retenergie e dai membri dei gruppi d’acquisto di Milano e provincia. Una cosa piccola, certo, ma positiva, utile e concreta. Oggi c’è un po’ di amianto in meno (copriva il tetto del capannone), un po’ di energia da fonti rinnovabili in più, una cooperativa sociale di tipo B che ha lavorato e un gruppo di consumatori contenti perché avendo investito nella realizzazione dell’impianto hanno permesso questo e anche perché di impianti ad azionariato diffuso intendono costruirne parecchi per arrivare domani a consumare l’energia da loro stessi prodotta. Energia che serve per vivere e per lavorare e che servirà sempre e comunque, anche se quella banconota priva di valore dovesse diventare triste realtà. Ecco, a guardare le cose da questo punto di vista, si capisce forse meglio il significato profondo di un atto d’investimento così piccolo e le sue potenzialità qualora venisse replicato da tante comunità sparse sul territorio magari allargando anche il campo dall’energia ad altri settori. Certo, ciò non basterà a metterci al riparo dalla crisi e non risolverà i nostri enormi problemi, ma contribuirà a salvaguardare una parte dei nostri risparmi mettendoli al servizio di un circuito economico alternativo che produce rispettando la dignità del lavoro e l’ambiente.

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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