Accendiamo i riflettori sul caso Catania

Librino - foto di Roberto Zingales

Venticinque anni di agghiacciante silenzio. A non sentir parlare di Catania ci si è ormai abituati e quasi nessuno ci fa più caso. Sì sì, ogni tanto qualche trafiletto sulle cronache nazionali quando è tempo di elezioni o quando l’Etna, eruttando, provoca disagi ai voli. Per il resto, la seconda città della Sicilia non produce notizie, fatti degni di nota. Possibile? Preferisco cedere la parola a chi ne sa più di me e che considero un mio maestro: Riccardo Orioles. Leggete Ucuntu e soprattutto leggete il promemoria del giudice Scidà: è un po’ complicato se non si conosce tutta la storia, ma è davvero illuminante.
Paolo Fior

Questo documento – il promemoria del Giudice Giambattista Scidà, Presidente Emerito del Tribunale dei Minori e protagonista prestigiosissimo, da oltre un quarto di secolo, dell’antimafia a Catania – è uno strumento indispensabile per la comprensione di almeno una delle possibili interpretazioni del “caso Catania”, di cui la stampa ufficiale non ritiene di dovere dar conto al lettore. Di che si tratta? La città di Catania, tormentata da un sistema politico-mafioso fra i più potenti d’Italia, non ha mai potuto contare, in tutti questi anni, su un impegno giudiziario anche lontanamente paragonabile a quello del pool palermitano. Non è storia di oggi ma degli anni Ottanta (mancate indagini sull’omicidio Fava), Novanta (enucleazione delle responsabilità imprenditoriali), Duemila (privatizzazione della città da parte dei monopoli). L’inquietudine della società civile si accresce ora, e trova forse un’ “ultima goccia” decisiva, nella pubblicazione di un documento che ritrae insieme un boss mafioso e il principale candidato a una carica importantissima nel Palazzo: compresenza, per quanto auspicabilmente priva di significati penali, che non aumenta certo la fiducia dei cittadini nel Palazzo. Il nostro mestiere di giornalisti ci impone di accertare e diffondere una notizia che non può essere negata all’opinione pubblica. Non certo per avversioni o simpatie personali o per volere schierarsi nelle faide che, disgraziatamente, consumano in questi tempi non solo la classe politica, ma parte della giustizia siciliana. Ma perché non è in nostro potere di privare i lettori del loro diritto alla verità. Il nostro non è prevalentemente, come si dice oggigiorno, “giornalismo investigativo” (non lo fu quello di Giuseppe Fava), né corre dietro agli scoop; per noi l’investigazione è solo una parte di un processo complesso di ricostruzione e racconto della realtà che al centro ha la cultura e la società. La nostra verità, insomma, non si estrinseca mai in un “viva questo e abbasso quello”, non grida, non cerca facili notorietà; ma cerca di rappresentare al lettore un quadro il più possibile fedele e veritiero di un mondo che, come i veri giornalisti sanno, è articolato e difficile e non si lascia rinchiudere in facili ovvietà.
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Questo modo di pensare, in questo momento , non è molto popolare. Le idee del giudice Scidà non sono state contestate, sulla stampa ufficiale, ma aggredite. Ultimamente l’attacco ha raggiunto (sempre attentamente guardandosi dall’affrontare in qualsiasi modo la descrizione dei fatti) forme odiose e personali e se n’è resa responsabile, nell’edizione locale, “Repubblica”. Il che apparrebbe incongruo, pensando all’impegno civile di cui questa testata ha sempre dato prova a Palermo e sul piano nazionale. Ma non lo è, purtroppo, se si considera il ruolo che questo giornale (o meglio, il suo editore) ha sempre avuto a Catania. Aperta alleanza con Ciancio, silenzio sugli affari, autocensura dei contenuti (fino a poco tempo fa si evitava di distribuire la cronaca) in ossequio all’alleato. E questo non per scelte “ideologiche” o culturali, ma banalmente per la comunanza d’affari col piccolo Berlusconi catanese. Hanno questi interessi un ruolo nell’attacco personale e violento a Scidà, nella difesa dunque del Sistema catanese qui ed ora? Non lo sappiamo. Ma, non essendo affatto arbitrario né privo di connessioni con schieramente vecchi e nuovi, è un dubbio che dobbiamo consegnare – con tutto il resto – al lettore. Al quale, per l’ennesima volta, forniamo dunque non la Verità rivelata o lo scoop maiuscolo ma, più semplicemente, un utile strumento di lavoro. Questo è sempre stato il nostro principio e il nostro stile e questo, sommessamente, intendiamo mantenere.
Riccardo Orioles

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