Dell’importanza del vento e del peso del denaro

Anemometro sul crinale del Monte dei Cucchi

Anemometro - Monte dei Cucchi

Quello che vedete nella foto qui a fianco è lo strumento di rilevazione che viene utilizzato per misurare direzione e intensità del vento a differenti altezze. La foto l’ho scattata lo scorso fine settimana sul crinale del Monte dei Cucchi, in provincia di Bologna. Una delle cose che mi hanno colpito è stata la pressoché totale assenza di vento su tutti i crinali che ho visitato e persino laddove sono già presenti due impianti eolici: quello vetusto di Monte Galletto, di proprietà Edison, e quello nuovissimo (è entrato in funzione all’inizio del 2009) di Casoni di Romagna, di proprietà Agsm Verona. Una disdetta perché il vento avrebbe spazzato via la nebbia e mi avrebbe permesso di ascoltare (e registrare) il rumore delle pale che invece sono rimaste desolatamente ferme. Certo, l’eolico è una fonte energetica intermittente e due giorni di calma piatta ci stanno. Poi però, chiedendo alla gente del posto, salta fuori che la calma piatta e le pale ferme non sono un’eccezione perché in realtà questa parte dell’Appennino non è molto ventosa. Quando il vento c’è è forte e rischia di fare danni, ma più spesso non c’è o è molto debole. In effetti la cosa torna: l’Atlante eolico d’Italia elaborato dal Cesi indica per questa zona una velocità media annua del vento di 3 metri al secondo a 25 metri dal suolo e di 4 metri al secondo a 70 metri dal suolo. Certo, non è una misura precisa perché è frutto di una stima, ma fa già capire come la ventosità dei crinali appenninici in provincia di Bologna non sia quella ideale per la produzione di energia. L’eolico è tanto più efficiente quanto più il vento è costante e mediamente intenso (10-12 metri al secondo, vale a dire tra i 36 e i 43 chilometri orari): 3-4 metri al secondo sono il minimo indispensabile per far girare le pale e iniziare a produrre qualcosa. Ma siamo ai minimi appunto. A leggere il rapporto 2009 del Gse (Gestore dei servizi energetici) sull’energia eolica sorgono spontanee alcune domande: nel 2009, a livello nazionale, il numero di ore equivalenti di utilizzazione degli impianti è stato di 1.336 ore su 8.760 ore utili. Un dato medio di per sé basso e addirittura inferiore a quello di tutti i cinque anni precedenti (il dato migliore, 1.633 ore, è stato registrato nel 2004, poi si è andati via via a scendere). Escludendo il fattore distorsivo attribuibile ai nuovi impianti, le cose non cambiano: 1.580 ore nel 2009 contro le 1.656 del 2008. Vale a dire che in media l’eolico italiano è molto poco produttivo. Se si guardano i dati provinciali, si scopre ad esempio che l’impianto di Monte Galletto (Edison) che è a due passi dal crinale del Monte dei Cucchi ha lavorato per 848 ore nel 2009 e per 917 ore nel 2008. Certo, è un impianto obsoleto, ma se in zona ci fosse vento le monopale di cui è dotato girerebbero e produrrebbero di più. Invece di vento ce n’è pochino. Stesso discorso a Casoni di Romagna (Agsm Verona). In questo caso l’impianto è nuovo di zecca, ma le pale girano poco, anzi spesso non girano.
Similmente al resto del Nord Italia, il contributo che l’Appennino bolognese può dare alla produzione eolica nazionale è davvero minimo. Allora perché continuare a progettare qui impianti eolici? Perché Agsm Verona vuole montare 24 aerogeneratori sui crinali del Monte dei Cucchi e altri ancora a poche centinaia di metri di distanza, ma in territorio toscano? Perché Relight, società dell’imprenditore turco Gokhan Baykam, ha presentato un progetto d’impianto sul crinale opposto, quello di Castiglione dei Pepoli? Nel raggio di pochi chilometri tra impianti esistenti e impianti progettati verrebbe a crearsi un’enorme concentrazione di torri eoliche (parliamo di cose alte un centinaio di metri), destinate nella migliore delle ipotesi a produrre poco. In compenso, per costruire gli impianti, un territorio montano a vocazione turistica verrebbe profondamente sconvolto, con perdita di valore delle proprietà immobiliari e rischio di contrazione dell’attività economica locale che nel turismo e nel suo indotto ha uno dei punti di forza. Ma la disinvoltura con cui si passa sopra a tutto in nome dell’eolico, compreso il fatto di progettare impianti dove c’è poco vento, non deve stupire perché ha una sua precisa ratio: i soldi che si incassano e quelli che si risparmiano. Dalla lettura dello Studio d’impatto ambientale (Sia) redatto da Ambiente Italia su incarico di Agsm Verona emerge con chiarezza che la localizzazione dell’impianto (quello di Monte dei Cucchi) è stata scelta per la vicinanza con l’autostrada e, in particolare, con un’uscita di servizio che permetterebbe il transito dei trasporti eccezionali. Quanto alla viabilità esistente, con opportune modifiche consentirebbe di arrivare con relativà facilità sui crinali. Tutti soldi risparmiati che abbinati agli incentivi sull’eolico più alti d’Europa permettono di trarre un ottimo livello di profitto anche da un impianto scarsamente produttivo. Nei prossimi post mi soffermerò su alcuni aspetti specifici che riguardano l’impianto di Monte dei Cucchi che rappresenta un caso emblematico , figlio di un’incentivazione così generosa da rendere profittevoli impianti che altrimenti nessuno costruirebbe.

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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