Il petrolio è giunto al pettine

Foto di Elan Ruskin

Il prezzo del petrolio si è ormai attestato stabilmente sopra gli 80 dollari al barile e persino nei momenti più acuti della crisi finanziaria e della recessione è di poco sceso al di sotto di questa soglia. E’ il primo, concreto segnale, che negli ultimi due anni non è stata tanto la domanda (e le attese di una ripresa economica) a spingere al rialzo le quotazioni, quanto piuttosto una certa rigidità dell’offerta. Una rigidità, si badi bene, non di carattere congiunturale o politico (i Paesi produttori infatti non hanno deciso di stringere i rubinetti dell’oro nero). Si tratta, per stessa ammissione degli esperti, di un fenomeno strutturale dovuto al fatto che ormai consumiamo più petrolio di quanto se ne scopre nei nuovi giacimanti e che il picco produttivo è ormai vicino. Anzi, secondo qualcuno è già stato raggiunto. Cos’è il picco produttivo? In soldoni è il punto teorico di massima produzione, raggiunto il quale la produzione può solo decrescere. Chiaramente l’aumento del prezzo del petrolio rende conveniente la ricerca e lo sfruttamento di giacimenti che presentano costi di estrazione più elevati o la raffinazione di materie prime meno performanti – come le bituminose – spostando quindi un po’ più in là l’asticella temporale; tuttavia è evidente che ormai siamo vicinissimi a quel punto e tutto ciò non potrà che avere conseguenze radicali sull’economia e sulle nostre vite. Non tra 10 o 20 anni, ma già adesso. Non è un caso che poche settimane fa il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, abbia dato il via libera a nuove esplorazioni petrolifere offshore lungo la costa atlantica degli Usa e in Alaska, cancellando la moratoria vigente e venendo meno ad alcune promesse elettorali in tema di ambiente: il problema politico è quello di mantenere il più a lungo possibile uno stile di vita, l’american way of life, che è tutto fuorché sostenibile con un costo dell’energia tendenzialmente crescente, ma è chiaro a tutti (a Obama per primo) che siamo agli sgoccioli e che va cambiato il modello perché il presupposto su cui si è finora retto sta venendo meno: la disponibilità di energia a basso costo.
Non è un problema solo americano e non è un problema da poco. Le ricadute pratiche? Pensate al costo del cibo. Tutta l’agricoltura “moderna” si basa sul petrolio a basso costo, non solo per la lavorazione diretta (le macchine impiegate in agricoltura per arare, seminare, raccogliere, trasformare e trasportare), ma anche per quella indiretta (ad esempio in buona parte i fertilizzanti non organici derivano dalla lavorazione del petrolio). E da lì si scende la catena passando per la trasformazione industriale degli alimenti, la loro distribuzione intermedia, lo stoccaggio e la distribuzione finale fino alla nostra tavola. E’ evidente che un aumento del costo dell’energia non può che ripercuotersi anche sul prezzo degli alimenti, ma quello di cui forse si ha meno percezione è che il trend di crescita strutturale del costo dell’energia potrebbe finire con il mettere fuori gioco molto in fretta la maggior parte degli agricoltori, determinando a Occidente un’inedita e gravissima carestia alimentare. Catastrofismo? Per nulla: di queste cose negli Stati Uniti e in molti Paesi europei si parla eccome, in Cina anche. La questione energetica e la fine dell’era del petrolio a basso costo è un tema al centro dell’agenda politica internazionale, nella consapevolezza che la competizione tra Paesi per le risorse e anche quella sulle tecnologie sta aumentando enormemente. Non è un caso se i cinesi considerano strategia l’industria delle energie rinnovabili e investono moltissimo in ricerca: puntano alla leadership mondiale del settore. Di queste cose si parla in tutto il mondo. In Italia, invece, i “decisori” politici si occupano d’altro: nessuno programma, nessuno investe, nessuno si cura degli effetti che avrà sulla struttura produttiva, sull’occupazione e sui consumi questo cambiamento esogeno (l’inarrestabile crescita del prezzo del petrolio). Di questo invece almeno noi dovremmo iniziare a parlare, per capire meglio e prepararci a un cambiamento davvero epocale, per non farci travolgere e saper cogliere invece le occasioni e le opportunità di trasformare il modello di sviluppo fin qui seguito.

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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