La speculazione energetica devasta l’Emilia Romagna

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Oggi a Bologna Legambiente ha presentato il dossier sugli idrocarburi in Emilia Romagna. Dal rapporto emergono cifre molto preoccupanti sul presente e più ancora sul futuro: attualmente circa un terzo del territorio regionale è interessato dalla ricerca e dallo sfruttamento dei giacimenti di gas e di greggio, ma in un futuro non lontano si potrebbe superare la metà del territorio regionale per effetto delle nuove richieste di permessi di ricerca. Circostanza, quest’ultima, che preoccupa non poco la popolazione anche per via del sospetto – mai fugato – che il devastante terremoto del 2012 possa essere stato provocato proprio dall’attività di ricerca e di estrazione degli idrocarburi nella pianura Padana.
Comunque sia, l’attività estrattiva ha conseguenze ambientali rilevanti, tanto più in una Regione soggetta a subsidenza, cioè all’abbassamento del suolo. “I dati dei monitoraggi Arpa – si legge nel dossier – evidenziano come le conseguenze più rilevanti si registrano poi sulla fascia costiera regionale che negli ultimi 55 anni si è abbassata di 70 cm a Rimini e di oltre un metro da Cesenatico al Delta del Po”. Ma nel bolognese non è che le cose vadano meglio: “In generale l’area del territorio bolognese è oggi la più colpita dal fenomeno con una vasta porzione della provincia (circa 600 kmq) con abbassamenti medi intorno a 20 mm/anno”.
Un dato che emerge con forza dal rapporto è la sporporzione tra i danni prodotti al territorio e all’ambiente e i supposti benefici. Basta guardare i dati per rendersi conto di come si tratti di un’avventura speculativa di brevissimo periodo perché le riserve certe di idrocarburi sul territorio dell’Emilia Romagna sono assai scarse: 76 milioni di tonnellate di greggio e 50 milioni di tonnellate equivalenti di gas, vale a dire poco più di un anno del fabbisogno nazionale di petrolio e circa 9 mesi del fabbisogno nazionale di gas. Il rapporto evidenza come nel solo 2012 siano stati estratti in Emilia Romagna circa 290 milioni di metri cubi di gas, un dato che corrisponde al 12% delle riserve certe di gas presenti in tutta l’Italia centrale. Ed è lo stesso Ministero dello Sviluppo economico a evidenziare come “il rapporto fra le sole riserve certe e la produzione annuale media degli ultimi cinque anni, indica uno scenario di sviluppo articolato in 7,2 anni per il gas e 14 per l’olio”.
Uno dei meriti del Dossier di Legambiente (clicca qui per scaricare la versione integrale) e, allo stesso tempo, uno dei suoi più grandi limiti è quello di aver focalizzato l’attenzione esclusivamente sul settore degli idrocarburi anziché allargare il raggio alla produzione di energia nella Regione. Se sovrapponessimo (e invito qualche bravo grafico a farlo) la cartina con gli impianti di estrazione, di stoccaggio e di ricerca di idrocarburi con la cartina degli impianti eolici industriali realizzati e in progetto sull’Appennino tosco-emiliano avremmo un’idea chiara ed immediata di come la speculazione energetica ha preso d’assalto anche questa Regione, peraltro già ferita a sangue dall’invasività di opere quali la variante di Valico e la ferrovia ad alta velocità. Nel caso dell’eolico, non mi sancherò mai di ripeterlo, non ci sono i requisiti minimi di ventosità e gli impianti risulterebbero largamente in perdita se non fosse per un sistema di incentivi generosissimo che rende conveniente costruire anche dove si produce poco.
Faccio mie le considerazioni di Legambiente sull’attuale sistema di valutazione “basato sull’esame del singolo progetto” e sulla necessità di “processi decisionali che favoriscano una vera partecipazione da parte dei cittadini e soprattutto un’analisi collettiva di rischi e benefici”. Considerazioni che non si debbono limitare al solo settore idrocarburi e che devono divenire prassi in Emilia Romagna così come in tutte le altre regioni italiane.

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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