La terra, le leggi e la poesia

Bosco

canada20Considerare la terra bene comune è cosa non priva di implicazioni sul piano giuridico. Lo spiega il giurista Carlo Alberto Graziani con un articolo-riflessione pubblicato oggi sul sito di Salviamo il Paesaggio, il forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio. A colpirmi – e molto – è l’interrogativo sollevato da Graziani:

[…] che significa essere proprietari della terra? Può la terra essere oggetto di impossessamento, di appropriazione e in che limiti? Se la terra è vita è possibile impossessarsi della vita?

Personalmente non avevo mai esaminato la questione da questo punto di vista. Rappresenta un ribaltamento di prospettiva che Graziani argomenta così:

Se nel passato il problema poteva essere accantonato o addirittura sfuggire, nascosto da una disponibilità di risorse apparentemente illimitata, oggi che l’umanità ha oltrepassato la soglia del sovraccarico ecologico globale la ragione di fondo di quell’impossibilità emerge drammaticamente: incidere sulla vita della terra, anche solo per quanto concerne la “propria” terra significa contribuire a mettere a rischio il pianeta e perciò a ledere un interesse che corrisponde a esigenze avvertite sempre più profondamente nel tessuto sociale e che trova la sua tutela nelle carte costituzionali più importanti della nostra epoca.

Mi trovo in sintonia con molte delle cose scritte da Graziani nell’articolo, pur trovando arbitrario (seppur poeticamente efficace) il suo iniziale distinguo tra “suolo” e “terra” e abbastanza problematica la gestione delle trasformazioni del territorio in un’ottica in cui “il diritto di proprietà finisce dove inizia il bene comune”. Portata alle estreme conseguenze (come in effetti Graziani fa illustrando le potenziali ricadute giuridiche del ribaltamento di prospettiva) quest’ottica rischia di risultare paralizzante perché se “ogni trasformazione deve essere tale da garantire il rispetto dei diritti fondamentali proprio perché la terra è bene comune” allora occorrerebbe mettere in piedi per ogni richiesta, anche minima, un meccanismo valutativo e decisionale di grande complessità e onerosità dato che dovrebbe coinvolgere tutti i portatori di interessi (stakeholders). Comprendo e concordo con la volontà di arrivare a dare rilevanza giuridica e dunque tutele all’interesse della collettività alla conservazione della terra, ma temo che questo non sia sufficiente. Il paesaggio, ad esempio, è tutelato da leggi nazionali e regionali eppure ciò non impedisce continui sfregi e veri e propri scempi. Il fatto è, come ho già avuto modo di scrivere, che la bellezza e la poesia non possono essere codificate: o vi è una sensibilità collettiva e un’altrettanto collettiva educazione al bello capace di mobilitare le persone a salvaguardia del territorio (la politica che abbraccia la poesia, qualche volta per fortuna accade) o non c’è norma che tenga, specie se non parliamo in astratto, ma di quest’Italia, qui e oggi.

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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