Local food: due dinosauri a Toronto

Junk food: il BigMac

Junk food: il BigMac

Temo che sentiremo parlare ancora a lungo di Pierre Desrochers e di Hiroko Shimizu. Sono una coppia di docenti di Toronto che in un pamphlet – The Locavore’s Dilemma – si scagliano contro l’idea stessa dei prodotti a chilometri zero, dell’agricoltura urbana, del biologico, del consumo critico. Lo fanno attaccando a testa bassa, utilizzando argomenti da lotta ideologica degli anni ’50 e senza alcun rispetto per la ricerca della verità e per le posizioni altrui. Sono gli ingredienti ideali per vendere qualche copia in più del libro, tanto più se c’è chi abbocca all’amo e li accusa (come sta accadendo) di essere pagati dalle multinazionali o di essere motivati da rancori di carattere personale (Desrochers è nato e vissuto in una fattoria del Quebec e non è in ottimi rapporti con la famiglia). Gli argomenti che i due coniugi utilizzano sono spesso risibili (“se ai vecchi tempi le cose andavano così bene, com’è che il mondo è cambiato tanto?”) e fuorvianti (“vogliono riportarci a un mondo premoderno, autarchico”, il concetto di chilometri zero ci porta “a Mussolini, a Hitler, al Giappone degli anni ’30”). Le tesi che propugnano Desrochers e Shimizu sono permeate di liberismo e globalizzazione (compresa l’apologia di McDonalds e del junk food) e gli autori non sembrano rendersi conto che se è vero che è impossibile sfamare 7 miliardi di individui con l’agricoltura urbana (ma chi l’ha mai sostenuto?), è altrettanto vero che l’era del petrolio a basso costo in agricoltura volge al termine e che la cosiddetta agricoltura moderna, quella della monocoltura, sta diventando sempre più insostenibile anche dal punto di vista economico.
Per rendersene conto basta guardare i bilanci dell’Unione Europea e degli Stati Uniti: da decenni i sussidi all’agricoltura (a quel tipo di agricoltura e allevamento, non certo al biologico) costituiscono una delle voci più rilevanti in assoluto, nonostante la presunta “efficienza” della produzione e il basso costo del petrolio. Ora che il petrolio si è attestato stabilmente sopra i 100 dollari al barile sono dolori, perché noi il petrolio lo mangiamo: i barili muovono trattori e trebbiatrici, sono la componente principale dei fertilizzanti, servono a far muovere materie prime e prodotti, a spruzzare i pesticidi, ad alimentare le macchine dell’industria, sono l’ingrediente principale di molti imballaggi (plastica, polistirolo etc.)… Se il prezzo del petrolio aumenta e i sussidi all’agricoltura restano fermi o vengono tagliati per ragioni di bilancio statale (siamo in piena crisi del debito), è evidente che il prezzo del cibo dovrà aumentare e di molto. A essere fuori dal tempo sono dunque Desrochers e Shimuzu; parlano di dinosauri anziché dei temi che sono al centro del dibattito mondiale e che preoccupano economisti, governanti, agricoltori e consumatori… Da qualche anno la questione è come riconvertire (e in fretta) le produzioni agricole monocolturali per scongiurare una crisi alimentare globale. Agricoltura urbana e chilometri zero non sono una moda passeggera come i due autori di The Locavore’s Dilemma pensano o sperano, ma rappresentano anche possibili strategie per ridurre l’impatto potenziale di questa crisi. Strategie che incorporano un crescente livello teconologico e progettuale per migliorare efficienza, produttività ed economicità di produzioni diversificate in spazi ridotti, a volte ridottissimi. Efficienza energetica, recupero e riutilizzo delle acque, chilometri zero non sono solo “diktat” ecologisti volti a ridurre le emissioni in atmosfera e più in generale l’impatto dell’attività umana sull’ambiente, ma rispondono a precise necessità economiche, soprattutto per l’Occidente. Un’economia di “guerra” che però apre grandi opportunità di cambiamento, a patto di essere lungimiranti e di guardare un poco oltre la porta di casa.

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

Comments are closed.