Note su “Milano ordina: uccidete Borsellino”

L'ultimo libro di Alfio Caruso

Milano ordina: uccidete Borsellino. E’ la tesi dell’ultimo libro di Alfio Caruso che ho avidamente letto in questi giorni di vacanza; una tesi avvincente che tenta di farsi spazio nel corso del libro ma che di fatto resta sotto traccia, sullo sfondo. Caruso non presenta inediti e non si lancia in voli pindarici: mette in fila i fatti e prova a raccordarli. Il quadro d’insieme, arricchito dalle ultime testimonianze di Spatuzza e Ciancimino Junior, punta però su bersagli che in maggior parte paiono ancora sfuocati: il contorno più nitido è quello di Marcello Dell’Utri, ma si trovano tanti spunti emersi dalle varie inchieste: la Milano delle banche, i Ferruzzi… e si insiste, almeno nei capitoli iniziali, sui rischi che avrebbe rappresentato per un certo sistema di potere una saldatura tra le indagini di mafia e quelle della procura di Milano su Tangentopoli. Caruso però lavora molto sul piano siciliano e scava meno su quello milanese anche perché – al di là dei molteplici e generosi sforzi investigativi delle procure – quella saldatura è stata impedita proprio dalle stragi. Dunque dovremmo riprendere in mano alcuni fili della nostra storia e riprendere a fare domande, domande, domande… Dovremmo ripartire dalla cronologia di quei due terribili anni: 1992 e 1993 e poi guardare anche a quella degli anni successivi per cercare di capirci qualcosa. E chiederci anche che fine hanno fatto quei personaggi, cosa fanno oggi e dove lo fanno. Ma io non posso pensare a quegli anni senza pormi ancora oggi questo quesito: cos’è stata esattamente Enimont? la più clamorosa tangente mai pretesa dal sistema dei partiti o qualcosa di ben più inconfessabile? Se è vero come scrivono alcuni magistrati e come riporta Caruso che il gruppo Ferruzzi aveva rapporti organici con Cosa Nostra che risalivano non tanto alla Calcestruzzi, ma all’epoca dello stesso capostipite Serafino, allora Enimont rappresenta davvero qualcosa di ben diverso da quello che ci è stato finora raccontato: lo Stato ha fatto società con Cosa Nostra. Se è così si capisce meglio anche la scia di sangue che è corsa in parallelo con le stragi del ’93: Sergio Castellari, Gabriele Cagliari e Raul Gardini. Un quarto morto c’è stato prima, nel ’90: si tratta dell’ex ministro andreottiano ed ex presidente della Consob Franco Piga, stroncato – sembra – da un infarto. Sono passati tanti anni, forse troppi, ma chissà che alcuni protagonisti dell’epoca non possano ritrovare la memoria, così come è avvenuto ad esempio ad altri dopo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino…

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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