S. Raffaele, il modello lombardo

In cima al San Raffaele

Alla fine c’è voluto il morto per accendere i riflettori su una vicenda che per settimane i giornali hanno confinato nelle pagine interne cercando di occuparsene il meno possibile. Eppure le difficoltà finanziarie in cui è precipitato il San Raffaele, uno dei campioni della sanità privata lombarda e nazionale, dovrebbero far riflettere e alimentare più di un interrogativo. Si era mai visto il Vaticano scendere direttamente in campo per salvare un’azienda? Perché ai cavalieri bianchi della Santa Sede non piace affatto l’ipotesi di concordato in continuità, ipotesi sulla quale era già stato trovato un accordo con le banche creditrici? Sono forse domande troppo banali (o ingenue) per meritare di essere poste. E ancora più ingenuo è chiedersi chi rappresentino in realtà i due consiglieri Massimo Clementi (Università Vita Salute San Raffaele) e Maurizio Pini (Università Bocconi): le cronache dicono che sono stati indicati da una misteriosa charity internazionale disposta a investire nel gruppo ospedaliero milanese 1 miliardo di dollari in 5 anni attraverso un investimento diretto nell’Università Vita Salute che a sua volta diverrebbe azionista della Fondazione che la controlla. I banchieri che al San Raffaele hanno prestato un tot di soldi (circa 300 milioni) queste domande preferiscono non porsele e spingere invece a testa bassa per l’ipotesi del concordato, l’unica che a loro avviso gli consentirebbe di rientrare di buona parte dei quattrini prestati e che in definitiva potrebbe rivelarsi un vantaggiosissimo affare, perché il San Raffaele “risanato” è una macchina da soldi e, soprattutto, un concentrato di potere.
Il suicidio di Mario Cal, però, ha sparigliato le carte: da un lato ha spiazzato il Vaticano che ha messo i suoi uomini ma non ancora i soldi e che rischia ora di trovarsi nell’imbarazzante posizione di non poter lasciare essendosi così direttamente esposto. E, ancor più imbarazzante, dover dare risposte convincenti agli inquirenti sugli ultimi mesi di trattative e sull’intervento della misteriosa charity internazionale appunto. Già, gli inquirenti. Le banche temono che la morte di Cal si possa tradurre nelle prossime ore nella morte di ogni ipotesi di concordato perché la Procura di Milano – date le circostanze – potrebbe intervenire direttamente dichiarando lo stato d’insolvenza. Non è affatto detto che ciò accada, ma la sola ipotesi preoccupa i banchieri molto di più del rischio (questo sì concretissimo) che i fornitori dell’ospedale che hanno già una montagna di crediti scaduti presentino istanza di fallimento.
E la procura? Cal con il suo suicidio ha creato un grosso problema ai pm: era lui l’uomo dei soldi e dei segreti, l’unico probabilmente in grado di ricostruire non tanto l’ingarbugliata matassa di operazioni finanziarie e di investimenti in Italia e all’estero, quanto piuttosto le finalità reali di quelle movimentazioni, la destinazione dei soldi. Senza Cal non sarà impossibile, ma certamente molto più difficile. E qui sorge spontanea un’altra ingenua domanda: ma se la situazione del San Raffaele è così disperata come la si dipinge, com’è che fino a due settimane fa c’era la fila fuori per tentarne il salvataggio? Non è che il caso San Raffaele, lungi dall’essere un episodio isolato di squilibrio finanziario, rappresenta invece la spia dello stato del settore sanitario privato in Lombardia e in Italia? Ospedali, cliniche, centri di ricerca che esistono e funzionano solo in virtù dei rimborsi sanitari e dei finanziamenti pubblici (oltre che dei debiti che a volte contraggono). Un flusso di denaro enorme che Cal e don Verzé – come altri imprenditori e manager della sanità – hanno cavalcato e, soprattutto, usato. Il come, credo, lo si scoprirà molto presto.

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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