Salvagente verde?

L’esperienza americana con i suoi tentativi dall’alto e dal basso di rivitalizzare le grandi ex città industriali ha diverse cose da insegnarci, nonostante Torino non sia Detroit, né Milano New York. E sentire raccontare quest’esperienza da chi l’ha studiata in presa diretta stimola utili riflessioni sul senso delle cose che si stanno facendo. Almeno questo è l’effetto che ha prodotto su di me l’incontro con Alessandro Coppola al Politecnico di Milano, dove insegna. Alessandro ha recentemente pubblicato Apocalypse Town, cronache dalla fine della civiltà urbana (Editori Laterza), un libro che parla delle macerie – anche sociali – ereditate dalla società industriale e parla di grandi città un tempo floride e ora intrappolate in una drammatica spirale fatta di mancanza di lavoro, spopolamento, degrado e povertà. Un circolo vizioso che si autoalimenta. Detroit, Youngstown, Baltimore, Cleveland, Milwaukee… città fantasma che dopo aver cercato ostinatamente la strada di un impossibile rilancio industriale stanno ora venendo a patti con la realtà e, come sottolinea Alessandro, cercano “fra le pieghe del declino le strade per una vita migliore”. In questa ricerca le varie esperienze di agricoltura urbana giocano un ruolo importante: da un lato, contribuiscono al sostentamento delle persone e al miglioramento del loro regime alimentare rendendo ad esempio disponibili ortaggi e frutta fresca laddove chi non possiede l’auto può nutrirsi solo con cibo-spazzatura e fast food; dall’altro, aiutano a ricostruire un tessuto sociale, una rete di relazioni e di assistenza, e a rendere più vivibili i quartieri cittadini sottraendo spazi all’abbandono e alla criminalità.
Ma l’agricoltura urbana rappresenta solo un’efficace strategia di sopravvivenza in grado di rispondere ad alcuni bisogni primari della popolazione o può invece assumere un ruolo diverso, centrale, nello sviluppo di metropoli più sostenibili? Che problemi pone il trasferimento di suolo urbano alla produzione agricola? Quali sono le dimensioni urbanistiche e normative della questione? Temi generali, certo, ma molto concreti e che riguardano anche la nostra realtà urbana e i movimenti della cosiddetta “alternative food culture”. E’ proprio di questo che si vorrebbe parlare sabato 9 giugno, così come – per dirla con Alessandro – degli “effetti sulla forma urbana, sull’organizzazione dei quartieri e della convivenza locale e le strategie perseguibili”. Vi è poi il grande tema del rapporto tra salute, sostenibilità ambientale e giustizia sociale, tema che riguarda soprattutto il coinvolgimento dei gruppi sociali svantaggiati e delle comunità migranti, e la questione della sostenibilità economica dei progetti di agricoltura urbana. Perseguire la sostenibilità economica obbliga sempre e comunque a costituirsi in impresa? E se sì, che tipo d’impresa? Come possono coesistere nello stesso luogo lo spontaneismo e l’attivismo dei cittadini con un’impresa sociale o una cooperativa? Al riguardo, che modelli e soluzioni emergono dall’esperienza statunitense? Insomma, tante domande e tanti argomenti da approfondire nel corso di quest’incontro aperto a tutti gli interessati. L’appuntamento è quindi sabato 9 giugno alle 10 presso i “Giardini del Sole”, il community garden del Parco Trotter adiacente alla fattoria didattica (ingresso da Via Padova 69).

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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