Se il gardening si facesse impresa

Vigneto in autunno - Photo by Carlo Tardani
E’ stata una conversazione interessante quella con Alessandro Coppola al community garden del Parco Trotter. Non eravamo in molti e ciò si è rivelato un vantaggio perché tutti hanno potuto interloquire portando contributi alla discussione sul ruolo e le potenzialità dell’agricoltura urbana in un contesto di crisi e di declino. In linea di massima, dalla discussione sono emerse tre cose. La prima è che l’agricoltura urbana da sola non basta certo a invertire la rotta, ma è e dovrà essere sempre di più un ingrediente fondamentale delle politiche di sviluppo dei territori e delle città, una delle chiavi del cambiamento in direzione di un modello di sviluppo più equo e sostenibile. La seconda è che il “movimento” italiano, così parcellizzato e ancora tutto sommato a uno stadio embrionale, deve mettersi sempre più in rete e dotarsi di una piattaforma comune per rivendicare l’uso agricolo-produttivo dei terreni urbani e per cambiare regole e leggi obsolete che di fatto limitano o addirittura impediscono lo sviluppo dell’agricoltura urbana. Infine, sarà necessario “sporcarsi le mani” per rendere sempre più diffusi i progetti di agricoltura urbana e al contempo trovare i sistemi per renderli economicamente sostenibili. Si tratta cioè di chiedere finanziamenti a Fondazioni ed enti no profit per avere i mezzi iniziali per far decollare i progetti e, al contempo, farsi “impresa”. Cioè lavorare al perseguimento degli obiettivi (coesione sociale, educazione ambientale, consumo critico…) predisponendo anche un “business plan” realistico che permetta ai progetti di affrancarsi il più possibile dalla dipendenza dai finanziamenti in modo da garantire autonomia e indipendenza rispetto agli erogatori di fondi e anche permettere un consolidamento dell’esperienza progettandone ulteriori, possibili sviluppi. Questo passaggio si scontra però con un diritto societario che in Italia avrebbe bisogno di una profonda riforma per quanto riguarda il terzo settore, adeguando statuti e forme giuridiche agli standard europei e soprattutto anglosassoni.
Questo passaggio all’impresa sociale è piuttosto controverso e anche complicato (specie con le regole attuali), ma rappresenta al momento l’unico modello per fare il “salto” dai giardini comunitari all’agricoltura urbana, salto che permetterebbe di sviluppare appieno il potenziale di cui si parlava più sopra, creando prospettive concrete, indotto e occupazione. Questo naturalmente senza nulla togliere ai giardini comunitari e al guerrilla gardening che continueranno a svolgere la loro sempre più indispensabile funzione. Vi è infatti un nodo, tutt’ora irrisolto, rappresentato dalla difficoltà di rendere accessibili alle fasce economicamente più deboli della popolazione i prodotti dell’agricoltura biologica, un problema che si riscontra anche a livello di partecipazione ai gruppi d’acquisto solidale oltre che nella pratica dell’agricoltura diretta. Sotto questo profilo, l’agricoltura urbana potrebbe avere un grosso potenziale ancora tutto da esplorare, almeno qui da noi in Italia.

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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