Seminare nel deserto

seedbomb
L’uomo che piantava gli alberi non è solo una straordinaria opera letteraria, ma l’indicazione di una pratica in grado di contrastare concretamente la desertificazione. Lo dimostrano sia il lavoro di uno dei più illustri padri della permacultura, Masanobu Fukuoka, sia le sperimentazioni in atto in Asia, che ribadiscono come con pazienza e perseveranza sia possibile innescare un circolo virtuoso capace di mettere la natura stessa nelle condizioni di lavorare per invertire la rotta rendendo a poco a poco più fertile il suolo. Jean Giono nel suo racconto pubblicato nel 1953 descriveva l’opera solitaria di un pastore che anno dopo anno, seme dopo seme, ha riforestato una landa desolata riportandola alla vita. Fukuoka in Sowing Seeds in the Desert (opera uscita postuma) racconta i successi delle sue prime sperimentazioni in India e Africa basate sulla semplice idea di bombardare di semi il terreno asciutto e vedere quali tipi di piante riescono a germogliare senza alcun aiuto esterno (cioè senza irrigazione). La maggior parte dei semi non germoglierà, ma quelli che radicheranno daranno vita a un ciclo virtuoso di crescita di erbe e ritenzione di umidità che porterà nuovamente l’acqua nella zona asciutta, consentendo a poco a poco la crescita di cespugli, alberi e infine la vera e propria riforestazione. Secondo Fukuoka, però, troppe cose sono accadute per permettere alle specie autoctone di ricolonizzare i terreni ormai degradati o, peggio, desertificati. “La mia idea è completamente diversa – scrive in Sowing Seeds in the Desert -, penso che dovremmo mischiare tutti i tipi di semi e spargerli in tutto il mondo. Questo darebbe alla natura una tavolozza piena di colori con cui stabilire un nuovo equilibrio date le condizioni attuali del pianeta”. Fukuoka la chiamava “Seconda Genesi” e auspicava l’utilizzo dell’aviazione militare per bombardare di semi (e non di bombe) l’intero pianeta. Le sue grandi intuizioni, la sua esperienza diretta e i suoi insegnamenti non sono caduti nel vuoto e anche diversi governi ne hanno tratto ispirazione. Non a caso oggi in Pakistan i contadini delle zone più aride combattono la siccità con la coltivazione di piante non autoctone. Da qualche anno nel Punjab assieme al frumento e alle noccioline americane sono stati appunto introdotti in via sperimentale gli ulivi, piante molto resistenti al caldo e alla siccità. Un articolo della Thomson Reuters Foundation dà conto della collaborazione tra Pakistan e Italia grazie alla quale si sta realizzando una vera e propria “Valle degli ulivi” che comprende quattro distretti per una superficie complessiva di oltre 10mila ettari. Il progetto di cooperazione internazionale, già attivo, prevede anche la realizzazione di nursery per la riproduzione e crescita delle piantine e la piantumazione di ulivi su 1.500 ettari nei prossimi tre anni. Entro il 2020 il Pakistan potrebbe diventare il primo produttore mondiale di olio d’oliva. Gli ulivi forniscono ai contadini un reddito extra in anni resi sempre più magri dai devastanti effetti del cambiamento climatico e al tempo stesso permettono di recuperare territorio all’uso agricolo con un limitato impiego di acqua. Una sperimentazione da seguire con grande attenzione, tanto più che per una volta come italiani siamo parte attiva del progetto.

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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