Francia: un affare atomico

Protesta antinucleare

Protesta antinucleare

A leggere il rapporto pubblicato oggi dalla Corte dei Conti francese vengono i brividi: per la prima volta sono stati messi nero su bianco, in forma ufficiale, i costi “vivi” sostenuti finora dalla Francia per sviluppare il nucleare come fonte energetica. Il totale, stimato per difetto, ammonta a 228 miliardi di euro, di cui 121 miliardi spesi per la costruzione delle centrali, mentre gli investimenti in ricerca sostenuti a partire dal 1950 sono stimati in 55 miliardi di euro. Vi è poi il costo di decommissioning delle centrali inattive, quello della gestione delle scorie e tante altre voci ancora. Del parco attuale di 58 reattori, 22 raggiungeranno i 40 anni di vita (soglia di obsolescenza) entro la fine del 2022: di conseguenza – sottolinea la Corte – per mantenere la produzione elettronucleare ai livelli attuali sostituendo le centrali obsolete, si rende necessario “uno sforzo molto importante di investimento, equivalente alla costruzione di 11 Epr (i reattori di ultima generazione, ndr) entro la fine del 2022”. Una cifra pazzesca se si considera che l’esborso previsto per la sola costruzione dell’impianto Epr di Flamville è di 6 miliardi di euro. Non a caso la stessa Corte considera “poco probabile, per non dire impossibile” realizzare tale programma d’investimento e -causa il ritardo accumulato dalla Francia nelle rinnovabili – ritiene più realistico “allungare” la vita all’attuale parco nucleare. Uno “scherzetto” che, per adeguarsi alle più stringenti norme di sicurezza varate dopo l’incidente di Fukushima, farà lievitare il costo annuo di manutenzione da 1,5 a 3,7 miliardi l’anno e la Corte prevede un rincaro del 10% del costo dell’energia. Mentre scrivo questi dati non posso fare a meno di pensare quanto siamo stati lungimiranti noi italiani con i nostri referendum e mi tornano in mente i fiumi d’inchiostro e di parole che politici, lobbisti, esperti, opinionisti hanno speso per cercare di convincerci che il nucleare era un buon affare. Per non parlare del neo-ministro dell’Ambiente Corrado Clini, per il quale i referendum è come se non si fossero mai svolti.

Paolo Fior
paolo.fior@cronache.org

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