Danni collaterali


canada20Il tonfo delle banche greche alla Borsa di Atene dovrebbe essere oggetto di attenta riflessione da parte del nostro governo. Gli istituti ellenici pagano il fatto che le tensioni politiche innescate dall’Italia e il conseguente andamento del mercato obbligazionario europeo stanno rendendo i mercati di difficile accesso proprio in una fase in cui si trovano nella necessità di rafforzare il capitale. A perdere più di tutte (-20% in una sola seduta) è stata Piraeus Bank, che deve raccogliere 500 milioni di euro e si sta preparando a emettere un’obbligazione subordinata Tier2, come da piano concordato con la Bce. La vigilanza bancaria europea vuole infatti che le banche elleniche ricapitalizzino entro l’anno e che arrivino a ridurre del 60% i crediti deteriorati (88,6 miliardi di euro lordi, quasi la metà del Pil greco) entro il 2021.
Detto questo, a qualcuno dovrebbero iniziare a fischiare le orecchie perché la situazione delle banche italiane – per quanto migliorata nell’ultimo anno sotto il profilo dello smaltimento delle sofferenze grazie alla ripresa economica – non è molto diversa rispetto agli anni passati (le criticità sono ancora tutte lì: bassa produttività e redditività, scarso livello di innovazione e di capacità competitiva, governance ingessate, legami incestuisi con la politica etc.) con l’aggravente che ora, mentre lo spread rivede quota 300, i nostri istituti hanno i portafogli pieni di Btp e a lungo andare (qualche mese) potrebbero trovarsi nella stessa situazione delle banche elleniche, cioè costretti a ricapitalizzare. Il meccanismo è semplice e noto: ogni movimento in alto dei rendimenti si riflette negativamente sui prezzi dei Btp e dunque sul valore della riserva di capitale delle banche stesse che viene conteggiata ai fini dei requisiti patrimoniali. Chi è lì lì appena sopra il livello minimo obbligatorio (e sono parecchi istituti) rischia dunque di trovarsi nelle condizioni di dover ricapitalizzare in un momento di mercato ancor meno favorevole per le banche italiane rispetto a quelle greche (il che è tutto dire). Tra gli istituti “a rischio” c’è anche il Monte dei Paschi di Siena che giusto ieri ha toccato i nuovi minimi dell’anno in Borsa e che a poco più di un anno dal salvataggio pubblico ha bruciato una quota consistente del capitale (il Tesoro aveva iniettato nella banca 5,4 miliardi e ora la sua quota ne vale a stento 1,6) e continua a bruciare più liquidità di quanta è in grado di generarne. I suoi ratios patrimoniali si stanno assottigliando trimestre dopo trimestre e di questo passo una ricapitalizzazione diventerà inevitabile. Ammesso e non concesso che Bruxelles (Ue) e Francoforte (Bce) consentano al Tesoro di sottoscrivere pro quota, da dove prenderà i miliardi necessari il ministro Tria? E per quanto riguarda le altre banche, chi potrà intervenire se sul mercato non si troveranno le risorse necessarie? Il rischio è che si ripeta la drammatica stagione che ha portato alla risoluzione delle quattro banche regionali (Etruria, Marche, CariChieti e Cari Ferrara) e alla liquidazione di Popolare di Vicenza e Veneto Banca (oltre al salvataggio pubblico di Mps) in un momento in cui le risorse a disposizione del sistema sono persino più scarse di allora. Il paradosso è che questa volta a innescare una nuova crisi bancaria che avrebbe l’effetto di uno tsunami sulla nostra economia non è la mala gestio di un qualche banchiere, ma la politica economica di un governo che prima di andare allo scontro con la Ue non si è premurato di valutare attentamente i possibili “danni collaterali”. Una sottovalutazione grave che rischiamo di pagare molto cara.

Paolo Fior