L’eleganza del Boccia

canada20Con quanta grazia e nonchalance Confindustria è saltata sul carro della Lega di Matteo Salvini. Nel venerdì nero di Borsa e titoli di Stato il presidente degli industriali Vincenzo Boccia ha parlato di “nervosismo eccessivo” dei mercati, aggiungendo che “si può fare più deficit pubblico purché questo abbia un’attenzione a crescita economica, occupazione e meno debito” [sic] e poi oggi si è lanciato in un vero e proprio endorsement pubblico, dicendo che “di questo governo crediamo fortemente nella Lega, è una componente importante, qui non si tratta di regionalità ma di risposte vere ai cittadini”. Chi ha criticato l’endorsement, come l’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, è stato liquidato in quattro e quattr’otto con una battuta sprezzante: “Calenda? Non è neanche in grado di organizzare una cena a casa sua con i compagni di partito”. Il che, detto per inciso, è anche vero, ma alle critiche il presidente di Confindustria dovrebbe rispondere nel merito e non con battutacce da bar: “Chissà se le imprese – aveva detto Calenda – credono anche nel piano B (quello dell’uscita dall’euro, ndr), nel trasformare l’Italia in una democrazia illiberale, nello spread fuori controllo, eccetera”.
Il punto è che gli industriali italiani, se così li possiamo chiamare, sono lì con il cappello in mano e temono che esprimere una qualche critica rispetto a quanto annunciato con il Def li possa escludere dal lauto banchetto che si prepara con la manovra. Industriali per lo più capaci di fare impresa solo con incentivi e sussidi pubblici. Questa era ed è Confindustria e a leggere neanche troppo in controluce le parole di Boccia la linea è molto chiara. In quel “si può fare più deficit pubblico purché questo abbia un’attenzione a crescita economica e occupazione” è sottointeso chiaramente ciò che si aspettano gli industriali in cambio del loro endorsement: più soldi. Una visione miope, ma così caratteristica di Confindustria. Paradigmatiche sotto questo profilo anche le dichiarazioni del direttore generale Marcella Panucci in merito alla riforma della class action appena approvata dalla commissione Giustizia della Camera e il cui esame in Aula inizierà lunedì 1 ottobre. E’ una riforma che estende le tutele di tutti i cittadini, permette di aderire all’azione collettiva anche in un secondo tempo, a sentenza emessa, e che introduce finalmente tempi certi da parte del tribunale che dovrà pronunciarsi entro 30 giorni sull’ammissibilità dell’azione legale promossa nei confronti di un’impresa o enti gestori di servizi pubblici o di pubblica utilità. Sono norme ricalcate sul modello statunitense, che non può essere certo accusato di avere un approccio “punitivo” nei confronti delle imprese e che si è mostrato capace di tutelare con grande efficacia i cittadini da chi abusa della propria posizione e fa business in modo scorretto. A Confindustria però l’approccio “americano” non piace. Viene il sospetto che la ragione sia che qui molte, troppe imprese sono abituate a giocare sporco e che nel gioco della torre – dati i numeri e le necessità di rappresentanza – Confindustria preferisca salvare proprio queste, a scapito di chi fa business correttamente. Tutto torna.

Paolo Fior