Manovra con scasso

canada20Tutto previsto, tutto calcolato: “I mercati se ne faranno una ragione”, dice il vice premier Matteo Salvini commentando la reazione di Borsa e spread alla decisione del governo di non rispettare gli accordi con Bruxelles e di varare una manovra che sulla carta porterà il rapporto deficit/Pil al 2,4%. Sulla carta, perché a consuntivo – quando finalmente ci saranno tutti i numeri – lo sforamento potrebbe risultare anche più ampio. Lo si scoprirà solo vivendo. Quello che si può però dire fin d’ora è che abbiamo già cominciato a vivere peggio e che a doversene fare una ragione siamo noi e non i mercati, che nei prossimi giorni e nelle prossime settimane verosimilmente continueranno a punirci. Viviamo già peggio perché lo spread, che ha ripreso a correre, sottrae e sottrarrà crescenti risorse a investimenti e servizi ai cittadini dato che dovremo pagare una spesa per interessi più elevata per rifinanziare il nostro debito pubblico in scadenza. Peggio perché cittadini e aziende dovranno pagare interessi più alti su mutui e finanziamenti. Peggio perché l’inaffidabilità dimostrata dal governo, che si è rimangiato la parola data in sede internazionale, si traduce da subito in minori possibilità di crescita e di occupazione a causa della fuga degli investitori esteri (molti sono già scappati prima dell’estate e i queste condizioni sarà sempre più difficile attrarne di nuovi), per non parlare dei risparmi degli italiani: a pagare il prezzo più alto saranno al solito i più deboli, coloro che non disponendo di grandi risorse si ritroveranno magari a dover vendere prima della scadenza i loro titoli di Stato, ammesso e non concesso che ancora ne abbiano. Chi di titoli di Stato ne ha invece anche troppi, come le banche, è già tornato sotto tiro in Borsa (Banco Bpm e Intesa Sanpaolo hanno perso quasi il 10% in una seduta) e – posto che il sistema non è propriamente in salute e che in questi mesi nulla è stato fatto per migliorare la situazione – il rischio è che finiscano con l’aprirsi nuovi e vecchi focolai di crisi, con conseguenze rilevanti innanzitutto in termini di minor disponibilità di credito e poi anche sulla stabilità del sistema stesso.

Il punto di caduta rischia di arrivare molto presto e a determinarlo non sarà tanto Bruxelles con un’eventuale bocciatura della manovra (Salvini ha già messo le mani avanti dicendo che il governo andrà avanti comunque), quanto piuttosto un taglio del rating da parte delle agenzie internazionali che rischia di avere un impatto ben più immediato e forte sulla nostra Borsa e soprattutto sul nostro debito. Difficile credere che tutto questo non sia stato messo in conto dal governo. Da mesi i grandi investitori internazionali sospettano che quella messa in atto da Roma sia una strategia precisa volta a creare condizioni di instabilità e di tensione continua in ambito europeo. Secondo alcuni l’obiettivo è l’uscita dall’euro, secondo altri è solo un maldestro tentativo di guadagnare forza contrattuale al tavolo di Bruxelles (lo stesso presidente della Bce, Mario Draghi, ha ricordato pochi giorni fa al governo italiano che per ora l’aumento dello spread non ha prodotto alcun effetto contagio).

Comunque sia, il risultato non cambia: a pagare il conto della “manovra del popolo” sarà il popolo stesso. A poco valgono le rassicurazioni dell’altro vice premier, Luigi Di Maio, secondo cui – nonostante il maggiore deficit – il debito pubblico italiano diminuirà nei prossimi anni grazie alla maggior crescita economica indotta dai provvedimenti messi in campo dal governo: a parte ogni altra considerazione – come ad esempio le risorse bruciate dai maggiori interessi che dobbiamo pagare – la manovra annunciata poggia esclusivamente su misure redistributive con cui si pensano di rilanciare i consumi interni illudendosi che ciò basti di per sé a rilanciare crescita e occupazione. Mancano invece riforme strutturali, né si agevolano gli investimenti in settori strategici facendo così venir meno i pilastri su cui costruire la crescita negli anni a venire. In pratica è come se stessimo segando il ramo su cui siamo seduti. E la caduta non sarà morbida, anche perché l’ombrello della Bce si è ormai quasi del tutto chiuso.

Paolo Fior